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ASTA N. 134 01.12.2018 18:00 NAPOLI Visualizza le condizioni

IMPORTANTI DIPINTI DEL XIX E XX SECOLO



Esposizione:
da sabato 24 a venerdì 30 Novembre
ore: 10:00-19:00
domenica 25: 10:00-14:00 / 16:00-20:00
  • Gigante Giacinto (Napoli 1806 - 1876)
    Lago d'Averno
    olio su carta rip. su tela, cm 26,5x36,5
    firmato in basso a destra: Gia Gigante
    Stima minima €10000
    Stima massima €15000
  • Fergola Salvatore (Napoli 1799 - 1874)
    Paesaggio campestre
    olio su tela, cm 47x37
    firmato in basso a sinistra: S. Fergola
    Stima minima €3500
    Stima massima €5500
  • Scoppetta Pietro (Amalfi, SA 1863 - Napoli 1920)
    Allo specchio
    olio su tela, cm 40x30
    firmato, iscritto e datato in alto a destra: P. Scoppetta Napoli 1919
    a tergo cartiglio: Mostra Retrospettiva per il centenario della nascita del Pittore Scoppetta

    Provenienza: Già Coll. dell'artista; Coll. privata Reggio Emilia

    Esposizioni: Amalfi 1963

    Bibliografia: Celebrazione del centenario del pittore Pietro Scoppetta. Mostra retrospettiva negli Antichi Arsenali della Repubblica di Amalfi (29 Giugno - 28 Luglio 1963), cat. della mostra, Stamperia Napoletana, Napoli 1963, pag. 53 n. cat. 11

    Collocandosi fra due secoli, la figura di Pietro Scoppetta fu animata da tendenze, personali quanto artistiche, sostanzialmente divergenti fra loro.
    Innanzitutto l’artista fu infatti erede delle poetiche che andavano perseguendo una stretta rappresentazione del vero, che allo Scoppetta inizialmente giunsero filtrate dagli insegnamenti di Gaetano Capone prima e da Giacomo di Chirico poi quando il Nostro ancora bazzicava fra gli scenari della nativa Amalfi e della sua costiera; al termine del periodo di leva militare fu invece più propriamente la grande scuola pittorica della città di Napoli, con i suoi prestigiosi rappresentanti (Edoardo Dalbono su tutti), ad influenzare certe scelte tematiche e stilistiche dell’artista amalfitano.
    A Napoli tuttavia come s’è accennato aleggiava uno spirito tutto nuovo che sgomitava per affrancarsi dalla pesante eredità del passato; s’andavano cioè diffondendosi in città le prime tendenze Liberty, con rinnovata attenzione alle arti applicate ed a quelle grafiche, e Scoppetta, appassionato disegnatore, non poté restarne immune: fin da allora pertanto la sua pennellata si fece particolarmente rapida e sintetica , e la sua tavolozza si ridusse ad una esigua cerchia di colori.
    Naturale conseguenza di quella che potrebbe considerarsi una vaga, partenopea belle époque non poté che consistere nel viaggio verso l’effettivo centro di questa tendenza, ovvero Parigi: seguendo l’esempio di tanti suoi predecessori Scoppetta vi si trasferì negli anni di Carlo Brancaccio, Ulisse Caputo, Lionello Balestrieri, Raffaele Ragione e Vincenzo La Bella; il Nostro non s’arrestò comunque alla capitale francese, poiché continuò i suoi viaggi in tutta Europa sempre alla ricerca di soggetti eleganti da tratteggiare rapidamente all’interno del proprio taccuino.
    Protagonista d’eccezione dei disegni e delle tele di Scoppetta è la donna, tanto raffigurata spontanea ed in una più solitaria intimità che declinata nelle più ricercate mises e con i più raffinati sfondi metropoliti. L’opera proposta riesce a conciliare questi due afflati, descrivendoci un istante di vita privata di una elegante dama della borghesia cittadina.
    Stima minima €2800
    Stima massima €4200
  • Rossano Federico (Napoli 1835 - 1912)
    Paesaggio con figure
    olio su tela, cm 26x60
    firmato in basso a destra: Rossano

    Provenienza: Gall. d'arte P. Caretto, Torino; coll. privata, Torino; Porro & C. , Milano ; Gall. Vittoria Colonna, Napoli; coll. privata, Napoli

    Esposizioni : Milano 2004;

    Bibliografia: Cat. Asta 5 Porro & C. , feb. 2004 n. cat 35

    Attento inizialmente all’esperienza dei posillipisti ed al loro paesaggismo vagamente onirico, Federico Rossano cambiò rotta nell’adesione ad una pittura di stampo più spiccatamente palizziano, fino alla fondazione della Scuola di Resina cui egli è comunemente associato da storici e critici d’arte; i porticesi, si ricordi, propugnavano la rigida traduzione in pittura del paesaggio per quel che esso era crudamente, senza alcun orpello di qualsivoglia tipo, portando di fatto a più estreme conseguenze la già accennata lezione di Filippo Palizzi.
    A Parigi seguendo il già compiuto viaggio dell’amico e compagno Giuseppe De Nittis, Rossano riuscì a non farsi affascinare dalle seduzioni e gli sfarzi della belle époque, preferendo accompagnarsi ai tardi Barbisonniers ed a Camille Pissarro, attraverso i quali recepì la lezione di Camille Corot. La serena compenetrazione fra uomo e natura professata dai suoi nuovi sodali finì comunque per mutare in qualche modo il fare pittorico del Nostro, il quale schiarendo notevolmente la propria tavolozza verso le tinte pastello si dedicò allo studio di raffinati giochi luministici e cromatici nelle sue passeggiate per i dintorni della Ville Lumière.
    Stima minima €16000
    Stima massima €24000
  • Morelli Domenico (Napoli 1823 - 1901)
    Figura femminile
    olio su tela, cm 58,5x40,5
    firmato in basso a sinistra: D. Morelli
    datato e dedicato in basso a destra: All'Illustre G. Bovio in segno di stima 1887

    A partire dagli anni Settanta del secolo diciannovesimo Domenico Morelli prese ad appassionarsi sempre più, traducendoli in pittura, all’Oriente, ai suoi paesaggi, alle sue popolazioni, seguendo una temperie comune a molti artisti italiani del tempo e soprattutto a quelli appartenenti alle scuole pittoriche meridionali, di quelle zone del paese cioè ove andavano sempre più diffondendosi certi circoli scientifici dediti agli studi etnologici (e darwinisti). Se tuttavia l’artista mai compì come è noto il pellegrinaggio orientale che impegnava tanti suoi contemporanei, è altrettanto lapalissiana l’illusione di veridicità che le suo opere di questo filone riescono a trasmettere, e già allora un attento semitista quale Renan, autore della ‘Vie de Jésus’, finì per esserne ingannato.
    L’opera proposta non può certo ascriversi strettamente ai soggetti orientalisti morelliani, e tuttavia non può considerarsene completamente affrancata. Specialmente il velo (parte integrante forse di un corredo nuziale?), che coprendo quasi per intero il busto femminile s’impone come vero protagonista stilistico della composizione, rimanda irrimediabilmente alle belle odalische dipinte dal Morelli, spesso perdute fra prestigiose collezioni private (almeno una è visibile in Milano, alla Casa di Riposo per Musicisti della Fondazione Verdi), e dunque a quel capolavoro che è la ‘Sultana’ (sempre a Milano, Fondazione Balzan), di appena tre anni precedente alla nostra tela; del tutto caratteristica è la corposità che a queste stoffe dona un pittura puramente di macchia, che tuttavia non si esime (in piena aderenza ai dittami della poetica del vero) dal mostrare in trasparenze i sinuosi dettagli del corpo femminile, con un risultante “vedo non vedo” che in quest’opera particolare gioca fra immacolata innocenza e seduzione.
    Destinatario dell’opera fu Giovanni Bovio (1837 – 1903), celeberrimo storico e filosofo del diritto d’origine pugliese ma napoletano d’azione, d’idee antimonarchiche e repubblicane; pari alla sua fama (si ricordi che gli è intitolata l’antica Piazza Borsa in Napoli) su quella del figlio Libero, poeta e paroliere di numerosi capisaldi della canzone classica napoletana.
    Stima minima €15000
    Stima massima €25000
  • Palizzi Filippo (Vasto, CH 1818 - Napoli 1899)
    Nella stalla
    olio su tela, cm 51x74
    firmato e datato in basso a destra: Fil. Palizzi 1862
    a tergo cartiglio Mostra Commemorativa del Cinquantenario - Dicembre 1934

    Provenienza: Gran. Uff. Giorgio Mylius, Milano; coll. privata, Napoli

    Esposizione: Milano 1934

    Bibliografia: Cat. Mostra Commemorativa del Cinquantenario, Società per le Belle Arti ed Esposizione Permanente Milano, Dic. 1934 , Sala II n. cat. 59 pag. 19; Pitture e sculture , Saletta Gonnelli , Firenze; I Grandi Pittori dell'ottocento italiano, A. Schettini, La scuola napoletana, A. Martello Ed. Milano 1961 tav. XVI a colori

    Protagonista insieme a Domenico Morelli della rivoluzione artistica che in seno alla scuola pittorica napoletana sconvolse l’accademismo imperante dell’epoca in nome di una rappresentazione rigorosa del vero naturale (e di tutte le sue eventuali storture), Filippo Palizzi si dedicò all’en plein air fin dai suoi primi passi nel mondo dell’arte (negli anni Trenta cioè dell’Ottocento), e già in aperta polemica con la pittura di composizione e cioè sostanzialmente di invenzione.
    L’attenzione al tema animale, caratteristico della produzione dell’artista, si svolge nel corso di questa secondo un evoluzione che da prime opere ancora vagamente convenzionali, passando per qualche studio “fisiognomico”, in cui cioè l’animale è declinato secondo tipi psicologici più prettamente umani, giunge a felici risultati in cui al soggetto ferino è assegnata pari dignità rappresentativa di qualsiasi altro tema pittorico (come il Palizzi ebbe a sostenere anche in alcuni suoi scritti).
    Ecco allora fiorire intorno agli anni Sessanta del secolo una serie di dipinti di minori o maggiori dimensioni, ma tutti di indubbia qualità, che ripropongono ovini ed equini (asinelli specialmente) ritratti nel loro habitat più proprio, ove l’umano, il pastore o magari la pastorella, s’introducono non per asservire ma per “servire” i propri animali, nutrendoli con ricchi fasci d’erbe che pure vengono ripresentate dall’autore in più tele (si ricordi qui solamente il bel ‘Fascio d’erba di primavera’ alla GNAM di Roma).

    L’attenzione alla resa luministica, pure centrale nella ricerca artistica del Palizzi, si declina in questo periodo secondo una minuziosa registrazione micrografica di ogni singolo effetto di luce sul vello e sugli scattanti muscoli degli animali rappresentati, in una presa di distanza dunque (che comunque non può considerarsi voluta) dai più sintetici risultati che al tempo cominciarono a fare capolino sulla scia dei movimenti artistici parigini, coi quali del resto Filippo pure ebbe contatti per tramite del fratello Giuseppe, definitivamente stabilitosi in Francia fin dal 1844 e membro attivo della Scuola di Barbizon.
    Esemplare di spicco di questo vario e notevole filone pittorico, la tela proposta s’arricchisce di ulteriore prestigio con la sua provenienza. Il Grand’Ufficiale Giorgio Mylius, riportato come proprietario dell’opera sul cartiglio che essa reca con sé (e che ne testimonia poi l’esposizione alla Mostra celebrativa del cinquecentenario della Società per le Belle Arti di Milano, di cui il Mylius fu allora anche Presidente del Direttivo), fu l’ultimo membro maschio di una potente famiglia di imprenditori d’origini austriache che fin dalla fine del Settecento promosse di Milano tanto lo sviluppo economico (furono impegnati allora per lo più nella produzione e nel commercio tessile) che quello culturale: la loro villa sul Lago di Como (oggi sede del centro italo-tedesco per l’eccellenza europea) fu centro di raccolta di una ricchissima e raffinata collezione d’arte, nonché ospitò numerosi intellettuali tedeschi ed italiani di prim’ordine, quali Goethe e Manzoni.
    Stima minima €25000
    Stima massima €45000
  • Tafuri Raffaele (Salerno 1857 - Venezia 1929)
    Intimità domestica
    olio su tela, cm 36x55
    firmato in basso a sinistra: R.le Tafuri

    Se per fortuna già da alcuni anni una nuova critica d’arte si è mostrata più sensibile a certi movimenti e certe scuole rispetto a chi l’aveva preceduta, ed è stata così possibile la (ri)scoperta del grande secondo Ottocento napoletano (tanto in pittura che in scultura), ancora molti autori campani di un tempo attendono un riconoscimento adeguato del proprio lavoro.
    Raffaele Tafuri è certo fra questi ultimi, sebbene vada detto che la sua personalità alquanto schiva già contribuì quand’egli era ancora in vita a non farlo assurgere alla ribalta fra i suoi contemporanei.
    Raffaele nacque a Salerno nel 1857, erede di una stirpe di decoratori che ne segnò irrimediabilmente gli interessi artistici nonché la prima formazione. A Napoli per studiare presso il Real Istituto di Belle Arti, ivi subì le influenze delle nascenti poetiche del vero sostenute da Domenico Morelli e Filippo Palizzi, nonché frequentò lo studio di Stanislao Lista, che una simile temperie artistica andava conducendo in scultura. A Venezia nel 1886 per un breve periodo, Tafuri vi si trasferì definitivamente nel 1896 (ma non mancarono soggiorni nelle terre natie), collaborando con Giacomo Favretto e Guglielmo Ciardi: la produzione artistica del Nostro non poté allora non risentire delle ricerche luministiche tipicamente veneziane, ed appunto in questa sua ultima fase artistica venne a costituirsi un curioso connubio fra queste tendenze locali ed il bagaglio culturale (attento cioè al sapiente e vario uso dei colori) di scuola napoletana.
    Gli olii (talvolta acquerelli) di Raffaele Tafuri riguardano per lo più una pittura di paesaggio che come si è detto risente prima della grande tradizione napoletana e poi di quella veneziana, sovente mescolandone infine gli aspetti più peculiari. Più rara è la pittura di interni e di genere, spesso risalente agli anni della gioventù, sebbene la più tarda collaborazione con Favretto spinse alla realizzazione di alcune scene di schietta narrativa popolaresca. Che si voglia datare l’opera proposta all’una o l’altra fase nella produzione dell’autore, resta comunque ben evidente l’adesione ai dittami della pittura dal vero, con pure un vago afflato verista che tuttavia è presto soffocato dalla sincera gioia che illumina e pare scaturire dai volti dei soggetti raffigurati, legati da un’intima confidenza.
    Stima minima €4000
    Stima massima €7000
  • Gigante Giacinto (Napoli 1806 - 1876)
    La Marinella
    olio su carta rip. su tela, cm 31x50
    firmato, datato e iscritto in basso a sinistra: Napoli a La Marinella Gia. Gigante 1837

    Provenienza: Gall. Vittoria Colonna, Napoli; Coll. privata, Napoli

    Esposizioni: Napoli, 2008; Voyage Pittoresque Napoli 2010

    Bibliografia: G. Sarnelli in “Michele Cammarano (1835-1920)”, Catalogo “Vittoria Colonna” a cura di R. Caputo e G. Sarnelli, Napoli 2008, p.34-35; G.L. Marini, Il valore dei dipinti dell’Ottocento e del primo Novecento, ed. XXVII, Torino 2009-2010, p. 443; R. Caputo, Infinite Emozioni. La Scuola di Posillipo, Napoli 2010, p. 200

    Il dipinto ripropone un’immagine della città di Napoli ripresa da levante già diventata nel XVIII secolo, insieme al suo pendant raffigurante il versante occidentale con la Riviera di Chiaia, un autentico stereotipo dell’iconografia urbana partenopea. Svincolata tuttavia dalle rigide maglie dello vedutismo topografico di stampo settecentesco, la composizione sintetizza al meglio quanto Gigante, in termini di naturalismo, chiarezza illustrativa e studio della luce, avesse maturato fino agli anni quaranta (il dipinto è datato 1837) attingendo ad una sensibilità che, abbandonato ormai il secco linearismo degli esordi, lo porta a «ricercare suggestioni romantiche
    legate al carattere dei luoghi ma anche all’azione dell’uomo e della storia su di essi» (Ruotolo).
    Gigante cede qui il passo alla memoria del passato. Se ne è consapevole, come sembra, qui è per rendere omaggio alla tradizione del vedutismo settecentesco. Egli lo fa, ovviamente, alla sua maniera e rinnova quella immagine celebre di Napoli diffusa dal Grand Tour animando la scena con una folla brulicante e indistinta di popolo. Ciò sta a significare che nell’Ottocento la gente si riversava ancora alla Marinella, in quel luogo dove si smerciava e si vendeva di tutto, in prossimità del mare e quel tratto di spiaggia, al confine con la parte orientale della città, s’impregna allora di forte significato sociale per la documentazione resa dall’artista napoletano.
    Nella produzione di Gigante si conoscono diverse redazioni del tema, tra cui sono da ricordare almeno quella del Museo Correale di Sorrento e l’altra della Collezione d’arte del San Paolo-Banco di Napoli, oggi a Villa Pignatelli.
    Stima minima €30000
    Stima massima €50000
  • Costantini Giuseppe (Nola, NA 1844 - San Paolo Bel Sito, NA 1894)
    Il cavalluccio
    olio su tavola, cm 14,5x25,8
    firmato e datato in basso a destra: G. Costantini 1887

    Gli inconfondibili soggetti di Giuseppe Costantini sono profondamente radicati nelle terre natie del nolano e si snodano pertanto in scene popolari prettamente rurali e contadine. Contrariamente a certe tendenze veriste coeve e fortemente patetiche, però, la poetica del vero del Nostro preferì sempre distendersi in spaccati di vita più sereni e di sovente giocosi (seppur ugualmente immersi in evidenti condizioni di miseria), secondo un deciso intimismo che forse gli derivò dalla visione alle Promotrici napoletane delle opere dei fratelli Gerolamo e Domenico Induno.
    L’assimilazione della lezione di Filippo Palizzi (più che di Domenico Morelli) si tradusse sul piano dello stile del Costantini in una minuziosissima attenzione alla resa di ogni più infinitesimo dettaglio compositivo, e medesima sorte toccò agli effetti luministici, con un definitivo risultato che ricorda in qualche modo la grande pittura fiamminga d’età moderna.
    Stima minima €4000
    Stima massima €7000
  • Mancini Francesco detto Lord (Napoli 1830 - 1905)
    Corsa di cavalli in campagna
    olio su tela cm 50,5x76,5
    firmato e datato in basso a destra: F. Mancini 1878

    Se il noto appellativo di “Lord” fu guadagnato per l’assidua frequentazione dei più raffinati ambienti inglesi, conseguentemente tradotti in pittura con instancabile frequenza, Francesco Mancini non rinunciò mai ad una produzione paesaggistica che lo collegava invece alla grande tradizione napoletana cui egli fu inizialmente introdotto da Gabriele Smargiassi.
    Parte come è evidente di quest’ultimo filone pittorico, due sono le peculiarità del Mancini presenti nella tela proposta: innanzitutto il soggetto equino, qui addirittura moltiplicato, cui il Nostro fu particolarmente appassionato ed attento per tutta la sua vita, ritraendolo nelle più svariate pose e senza mai cedere alla fantasia, tradendo l’apprendimento tanto tematico che stilistico della lezione di Filippo Palizzi, cui il Mancini s’avvicinò poco dopo il compimento della sua formazione artistica. L’altro elemento caratteristico di cui s’accennava è l’azzardato taglio angolare della composizione, che collega in qualche modo l’autore alle più aggiornate tendenze pittoriche del tempo (quelle dell’Impressionismo, ad esempio) nonché ai coevi risultati raggiunti dalla fotografia.
    Stima minima €6000
    Stima massima €8000
  • Cammarano Michele (Napoli 1835 - 1920)
    Suonatori ambulanti
    olio su tela, cm 110x71,5
    firmato in basso a sinistra: Mic. Cammarano

    Provenienza: Raccolta E. P. Milano; Coll. Apa Torre del Greco; Gall. Giosi, Napoli; Farsetti 2000; Coll. privata, Firenze; Coll. privata, Napoli

    Esposizioni: Milano, Gall. Guglielmi 23-26 Nov 1939; Napoli Gall. Giosi 22-28 ottobre 1988

    Bibliografia: Opere pittoriche dell'Ottocento nella Raccolta E.P., Gall. Guglielmi, Milano 1939, n. ord. 229 Cat. Galleria Giosi Napoli 1988 n° cat 32 (in copertina )

    Figlio (e nipote) d’arte, Michele Cammarano crebbe dunque in un ambiente favorevole alla sua vocazione pittorica e si iscrisse pertanto appena possibile al Real Istituto di Belle Arti di Napoli, frequentando con merito e lodi gli insegnamenti dello Smargiassi e del Mancinelli. Insofferente tuttavia (come tanti suoi coetanei) nei confronti dell’accademismo distampo ancora romantico, Michele preferì formarsi principalmente sul naturalismo dei fratelli Palizzi, sfruttando però l’adesione al vero come mezzo di rappresentazione dei tumultuosi eventi storici che gli si andavano verificando attorno: arruolatosi nella guardia nazionale, all’epica risorgimentale ed alle prime grandi imprese del neonato Regno d’Italia furono dedicate importanti tele quali “Carica dei Bersaglieri a Porta Pia” del 1971 (non scevra da influenze di Géricault, che Cammarano vide a Parigi, l’opera è oggi al Museo di Capodimonte in Napoli) e “Il 24 Giugno a San Martino” del 1883 (Roma, GNAM), nonché il suo ultimo capolavoro, “Battaglia di Dogali”(1896, anch’essa a Roma).
    Se Maltese (uno dei protagonisti della rivalutazione critica del Cammarano nel corso del Novecento) ha giustamente sottolineato quanto all’artista interessassero in definitiva, più del preciso accadimento storico, la sua immediata violenta e l’intrinseca miseria dei suoi protagonisti, va detto che in effetti a queste tensioni drammatiche Michele già dedicò alcune opere antecedenti a quelle più propriamente “storiche”, con intenzioni del tutto assimilabili al Verismo di Verga in letteratura: ecco allora “Terremoto di Torre del Greco” e “Ozio e lavoro” (uno del 1861, oggi al Museo di San Martino, l’altro del 1863, oggi al Museo di Capodimonte), nonché “Incoraggiamento al vizio” (che scosse la Biennale veneziana del 1869, oggi in collezione privata) e “Rissa a Trastevere” (1887, conservato nelle Gallerie dell’Accademia di Belle Arti napoletana).
    A questa temperie va ricondotta l’opera proposta, raffigurante in sostanza l’essenza stessa della miseria che trascende finanche i propri rappresentanti, due suonatori ambulanti in abiti assai sdruciti; finanche la strada sterrata che i due personaggi calpestano, nonché allo loro spalle la cadente struttura lignea e più indietro ancora il cielo cupo, contribuiscono tutti a trasmettere il malessere esistenziale della scena. Straordinaria, va detto, è la bambina, che scura in volto avanza la propria mano verso l’osservatore per chiedergli aiuto: sembra quasi anticipare di circa un secolo la memorabile sequenza cinematografica del neorealista “Umberto D.”, prodotto del genio desichiano. La tecnica è tipica del Cammarano, consistendo in densi impasti di colore (dati da grossi colpi di brossa o di paletta) su cui la luce crea giochi peculiari ed altamente intensi ed espressivi.
    Stima minima €15000
    Stima massima €25000
  • Brancaccio Carlo (Napoli 1861 - 1920)
    Ritorno a casa
    olio su tela, cm 70x91
    firmato in basso a sinistra: Carlo Brancaccio

    Per molti appassionati il nome di Carlo Brancaccio è in genere collegato ad un modo di fare pittura che è diretta espressione della belle époque, oscillante fra ricercati scorci parigini ed uggiose vie londinesi; questa connessione non può in realtà biasimarsi, poiché fra le scarse informazioni biografiche sul Nostro è effettivamente noto il suo lungo soggiorno parigino così come si hanno tracce dei suoi vari viaggi per l’Europa.
    Prima di questi raffinati interessi il Brancaccio tuttavia si mosse come quasi tutti i suoi contemporanei ancora sulla via tracciata dalle poetiche partenopee del vero, affidandosi alla guida di Edoardo Dalbono e dedicandosi pertanto ad una pittura prettamente di paesaggio vagamente liricizzata, caratterizzata da un equilibrio cromatico che al contrario di una certa temperie tipicamente di scuola napoletana si asteneva da forti contrasti cromatici. L’opera proposta rientra evidentemente in quest’ultimo filone della produzione dell’autore.
    Stima minima €12000
    Stima massima €18000
  • Dalbono Edoardo (Napoli 1841 - 1915)
    Festa a mare
    olio su tela, cm 76,5x102
    firmato in basso a destra: E. Dalbono

    Il tema della “canzone sul mare” incontrò un certo successo nella produzione di Edoardo Dalbono (così come in quella poi di altri artisti) fin dalla sua prima, testimoniata apparizione verso la metà degli anni Sessanta del diciannovesimo secolo. Il soggetto s’ispira alle celebrazioni settembrine tenutesi in Napoli per la Madonna di Piedigrotta (ma che traggono origine da antichi riti priapei e poi carnevaleschi) che tradizionalmente ancora prevedono fra i vari eventi un ricco corteo di barche: nell’opera proposta pertanto possono scorgersi più imbarcazioni, e su quella meglio visibile i naviganti intonano canti popolari (si ricordi che alla Festa fu poi associato il Festival della Canzone Napoletana).
    L’atmosfera compositiva è tipica dell’arte dalboniana, muovendo sì da una tendenza alla pittura del vero per poi tuttavia abbandonarsi presto ad un afflato sentimentale e sognante, volto più al recupero di una certa tradizione paesaggistica napoletana (si pensi alla Scuola di Posillipo) che non all’adesione alle più aggiornate trovate artistiche coeve.
    Stima minima €18000
    Stima massima €25000
  • Carelli Consalvo (Napoli 1818 - 1900)
    Dall'Eremo dei Camaldoli
    olio su tela, cm 59x84
    firmato e datato in basso a destra: C. Carelli 1842

    Mai membro effettivo ed attivo della Scuola di Posillipo, Gonsalvo Carelli può considerarsene una delle ultime propaggini per l’incessante impegno che egli profusi nella composizione di paesaggi ideali.
    Figlio d’arte (fu poi a sua volta padre di due pittori, Giuseppe e Raffaele), Gonsalvo cominciò precocissimo ad apprendere i rudimenti del dipingere, ed il suo talento gli valse dei premi già nella prima adolescenza. Presto nelle grazie dei Borbone, egli s’avvalse di questa protezione per far poi ingresso nella corte di Francia ed aumentare le proprie prestigiose committenze. Non fu mai comunque alieno anche al successo presso un più largo pubblico, anche grazie alla sua vasta produzione grafica fra cui spiccano varie illustrazioni per opere assai popolari (fra tutte quelle di Salvatore Di Giacomo.
    Nel 1845, di ritorno da un lungo soggiorno parigino, viene riportato fra i grandi committenti del Carelli lo zar Nicola I di Russia, per il quale il nostro dipinse due vedute di Napoli (tutt’oggi all’Ermitage di San Pietroburgo), una dal parco di Portici ed una dall’Eremo dei Camaldoli.
    Quest’ultima opera condivide dunque il soggetto con quella proposta; l’Eremo del resto, sorto nel sedicesimo secolo sull’omonima collina per volontà di Giovanni d’Avalos (primogenito di Alfonso d’Aragona) e progettato da Domenico Fontana, fu fonte d’ispirazione grazie alle splendide vedute che ancora oggi gli si dipanano di fronte per numerosi paesaggisti e posillipisti (Giacinto Gigante su tutti).
    Lo stile compositivo del Carelli non si discosta qui dalle sue più riconoscibili peculiarità: la minuziosa registrazione dei soggetti in primo piano tende via via a sfocarsi gradualmente verso l’orizzonte, mentre una certa armonia fra questi vari piani percettivi è in qualche modo garantita dalle grevi masse arboree che quasi incorniciano la scena su uno (o entrambi, in altri casi) dei suoi lati.
    Stima minima €8000
    Stima massima €15000
  • Toma Gioacchino (Galatina,LE 1836 - Napoli 1891)
    Villa a Torre del Greco
    olio su tela, cm 56x76,5 firmato in basso a destra: G. Toma

    Provenienza: Coll. Portolano, Milano

    Esposizioni: Roma, 1954; Napoli 1955; Spoleto,1995; Napoli, 1996; Lecce, 1996

    Bibliografia: L. Salerno, L'opera di G. Toma, Ist. Poligrafico dello Stato, Roma 1954 pag. 37, tav 32; Catalogo Bolaffi della pittura italiana dell'800, Direzione di Enrico Piceni, Giulio Bolaffi Ed. Torino 1964, pag. 439 a colori; A. Schettini, La Pittura napoletana dell'Ottocento E.D.A.R.T. Napoli 1967 vol I pag. 339 n° cat. 87; L. Galante, Gioacchino Toma, Messapica Ed. Lecce 1975, pag. 26, 45; B. Mantura e N. Spinosa, Gioacchino Toma , Electa Napoli 1995 , pag. 79, n. cat. 38

    Fra i molti pellegrinaggi di una vita quasi tragica, Gioacchino Toma trascorse nella prima metà degli anni Ottanta del diciannovesimo secolo molto tempo presso Torre del Greco e San Giovanni a Teduccio. Ivi si dedicò ad una pittura di paesaggio che caratteristicamente presenta quasi sempre nella propria composizione un frammento murario. Quasi in opposizione però alla solidità di questo elemento la pittura dell’autore si fa in questa serie di opere più libera e sintetica, quasi impressionista, dedicando inoltre maggiore attenzione agli effetti luministici e (perciò) schiarendo la tavolozza di colori. Viene insomma tradita una certa influenza della Scuola di Resina, e la scelta del soggetto dell’opera proposta, la villa cioè di uno dei rappresentati di quella stessa Scuola, esplicita ulteriormente i debiti del Toma e la sua poetica in questi anni.
    Stima minima €10000
    Stima massima €15000
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